Bisogna ripensare la «proprietà intellettuale» nel videogioco?

La «proprietà intellettuale» (PI) è onnipresente nel videogioco. Essa accorda agli editori diritti esclusivi sulle loro creazioni. Ma l'espressione merita di essere esaminata: essa modella il nostro modo di pensare il gioco, e non sempre nell'interesse della cultura.
Di cosa si parla?
Giuridicamente, la «proprietà intellettuale» raggruppa soprattutto, per un gioco, il diritto d'autore (e i diritti connessi) e, per il marchio o alcuni elementi tecnici, la proprietà industriale. Essa conferisce al titolare diritti esclusivi: autorizzare o vietare la copia, la diffusione, l'adattamento. È ciò che permette a un editore di decidere della vita o della morte di un gioco, dei suoi remake, remaster e seguiti.
Il paradosso
Un videogioco non è l'opera di un cervello isolato: è una creazione collettiva, sviluppatori, sceneggiatori, artisti, musicisti, talvolta la comunità stessa (mod, contenuti). Ora, il diritto attribuisce il controllo non a coloro che creano, ma all'entità che detiene i diritti: l'editore. Parlare di proprietà «intellettuale» maschera questo spostamento: ciò che è protetto, in pratica, è un attivo economico, non l'intelligenza dei suoi autori.
Perché questo conta per i giocatori
Questo quadro ha conseguenze dirette: è in nome della PI che si giustifica l'impossibilità di rivendere, il divieto dei server comunitari dopo una chiusura, o il rifiuto di lasciare che le biblioteche conservino i giochi. Ripensare il vocabolario, parlare di diritti di sfruttamento piuttosto che di «proprietà», aiuterebbe a riequilibrare il dibattito tra gli interessi degli aventi diritto, quelli dei creatori, e quelli del pubblico.
Da leggere: la conservazione e il deposito legale.
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