Quando Sony cancella contenuti « acquistati a vita »: l'illusione della proprietà digitale

Il dibattito sulla durata di ciò che si acquista in digitale ha vissuto un episodio significativo: l'annuncio da parte di Sony della rimozione di oltre 1.300 programmi Discovery sul PlayStation Store, contenuti venduti però, in origine, come un « accesso a vita ».
Un « accesso a vita »… fino a nuovo ordine
Come riportato da GameBlog, Sony aveva avvertito gli utenti che questi contenuti, acquistati talvolta diversi anni prima, avrebbero cessato di essere accessibili, a causa della scadenza degli accordi di licenza con l'avente diritto. La promessa di un accesso perpetuo si rivelava, di fatto, interamente subordinata a un contratto tra due aziende, sul quale l'acquirente non ha alcun controllo.
Di fronte alle proteste, l'accesso è stato infine prorogato dopo un accordo tra le parti. Ma il danno era ormai fatto: l'episodio ha dimostrato, nero su bianco, che « acquistare » un contenuto digitale non garantisce di potervi accedere domani.
Perché la questione va oltre Discovery
Questa vicenda non è un caso isolato, è un sintomo. Lo stesso meccanismo si applica ai videogiochi: un titolo può sparire da un catalogo, un servizio può chiudere, una licenza può scadere. La mobilitazione di creatori di contenuti come Conkerax, all'epoca, ha portato proprio questo messaggio: la proprietà digitale, così come viene venduta oggi, è una promessa fragile.
È tutta la posta in gioco nell'esigere, come minimo, trasparenza (sapere che si acquista un accesso condizionato, non un bene) e garanzie di continuità. Da leggere: l'illusione del fisico eterno.
Fonti: GameBlog · PlayStation (note legali).
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